Macerie

marzo 4, 2012 § Lascia un commento

monica lanfranco*

La crisi economica ovviamente danneggia, rallenta, mette a repentaglio un dibattito che sarebbe invece urgente sulle modalità di intervento e di presenza femminile dentro e fuori le istituzioni.

Non le ho mai viste di persona, solo fugacemente in immagini dalla tv o da foto sui giornali ma so che ci sono ancora le macerie abbandonate di vari disastri detti naturali, (che sappiamo naturali non sono), in molte parti d’Italia: le storiche e antiche ferite del Belice, del Friuli, dell’Irpinia, dell’Umbria, della Sicilia, dell’Abruzzo.

Poche le indicazioni a chi passa in quei luoghi, per ricordare danni e vittime, nemmeno qualche tour dell’orrore, che invece è industria fiorente in Italia nell’ultimo ventennio attorno ai luoghi degli omicidi familiari.

Eppure anche lì, dopo i terremoti e le frane è passata la falce, mietendo vite in pochi istanti, nella furia del possente tremore della terra o in quella galoppante dell’acqua e del fango.

Memoria corta e stitica, quella italiana delle catastrofi, che riaffiora brevemente quando di nuovo la natura si scrolla di dosso le violenze di cemento che ne hanno resa fragile la tenuta, e vomita terra e fango assassino sulle persone.

Macerie inutili, inservibili anche per l’importante esercizio del ricordare cosa e come era quel pezzo di mondo, prima del crollo.

Senza questa memoria, senza questa dolorosa attività di constatazione, di verifica, di ammissione di quanto si è perduto e del perché non ci può essere restauro, recupero, riparazione.

Quindi non c’è futuro.

Senza questi passaggi non ci può essere ricostruzione: solo new towns, tuttalpiù, simulacri tristi e opachi degli scheletri di un recente o lontano passato con nessuna possibilità di essere, almeno, ricordato, senza la possibilità che da questo passato emerga un germoglio di presente capace di avvenire.

Così mi pare oggi la situazione italiana, trascorsi appena pochi mesi dall’allontanamento del governo ufficiale di Silvio Berlusconi e della sua corte di miracolate e miracolati: carica di macerie, sulle quali, e tra le quali, noi camminiamo senza però vederle davvero, rischiando di fingere che non ci siano e quindi rassettando l’uscio senza fare piazza pulita con quello che resta di vent’anni di destabilizzazione della fragile democrazia nella quale siamo vissute.

Quel che è peggio è che non le vediamo, queste macerie.

Forse non le vogliamo guardare e vedere anche se sappiamo che ci sono: il motivo profondo di questa reticenza (e cecità) è che non le riconosciamo come in parte prodotte da noi.

Non ci sono solo le macerie causate dalle bombe devastanti piazzate a esplodere con scientifica precisione, lanciate attraverso lo schermo apparentemente innocuo del televisore di casa: bombe a base di cattivo gusto, volgarità, propaganda della supremazia dell’ignoranza, della violenza verbale e fisica assurta a modello vincente, del triviale machismo e della arrendevole femminilità delle bamboline e bambolone mediatiche.

Il trionfo del ciarpame, sottovalutato da molte e molti intellettuali e gente di politica, che ne ha spesso anzi celebrato un qualche interesse, consentendo quindi a questo circo del consenso vuoto e profittatore di prosperare fino a diventare cultura di governo reale, e regime potente e duraturo.

Abbiamo avuto al governo del paese per oltre un ventennio ladri, evasori, collusi con la mafia, uomini (e qualche, troppe, donne ignoranti e compiacenti), privi di scrupoli, di cultura umana e scolastica, e grande parte del paese ha continuato a supportare in vari modi questo sistema. Anche la sottovalutazione ha le sue responsabilità.

Tutto ciò che è stato mostrato da due documentari, Il corpo delle donne di Lorella Zanardo e Videocracy di Eric Gandini è passato sotto i nostri occhi e le nostre orecchie per quasi 20 anni senza che si alzasse la voce, (salvo rare eccezioni, talvolta additate come moraliste), contro l’imbarbarimento che stava devastando la società italiana, le relazioni tra le donne e gli uomini, le generazioni, il sud e il nord, il senso del lavoro, della dignità, dei diritti, della stessa storia comune.

La storia italiana, come bene scrive David Gilmour su Forein policy, tradotto su Internazionale, non è mai stata quella di un paese unito, ma quella di un paese incapace di costruire una vera identità nazionale. Per questo è stato facile da colonizzare, poi ha cercato di trovare una qualche identità diventando a sua volta colonizzatore, (senza riuscire nemmeno in questo), e infine è stato trasformato in un paese zimbello rappresentato da un imprenditore mediocre supportato da razzisti e fascisti ripuliti.

Forse è anche necessario dire che, differentemente da quanto è accaduto in Europa, (nei paesi scandinavi ma anche in Germania), la sinistra non è stata capace di superare una linea dominante di dogmatismo ottuso e di litigiosità che ha reso i partiti, (e parte dei movimenti), entità più simili a chiese osservanti ortodossie di importazione piuttosto che costruire luoghi di formazione laici e liberi culturalmente, attraenti per le giovani generazioni e capaci di opposizione egemone, ma soprattutto di governo alternativo concreto.

Anche nei movimenti delle donne il tasso di devozione a questa o a quella chiesa teorica è diventato sempre più alto, impedendo di fatto la diffusione capillare dell’eredità delle pratiche e delle elaborazioni femministe nella loro varietà e diversità: ci sono stati, e ci sono, momenti di emersione della soggettività femminile, ma in sostanza il baratro tra le istanze non istituzionali del movimento e quelle invece che premono per la rappresentanza nei luoghi del potere, fermandosi a questo livello necessario ma non sufficiente, è enorme.

La crisi economica ovviamente danneggia, rallenta, mette a repentaglio un dibattito che sarebbe invece urgente sulle modalità di intervento e di presenza femminile dentro e fuori le istituzioni: la fretta di non perdere il momento di visibilità, la tentazione di dire qualcosa su tutto per continuare a fare notizia, una certa mediatizzazione degli eventi figlia della modalità drogata in cui si è fatta comunicazione nel ventennio, dove la tv ha soppiantato il reale, sono elementi che rischiamo molto concretamente di far naufragare il fragile dialogo tra le varie anime dei movimenti di donne italiane, ora che la nuova generazione tra i venti e i trent’anni comincia a interessarsi anche al femminismo.

C’è, poi, l’inevitabile contaminazione della ventennale cultura dell’oblio anche sulla qualità del pensiero alternativo che viene prodotto: due decenni di tv commerciale e velenosa come unica fonte di informazione e formazione, di tecnologia senza umanizzazione, di virtuale senza concretezza del corpo hanno fatto danni enormi dal punto di vista antropologico.

La mutazione, senza nulla togliere alle grandi virtù della rete, picchia duro soprattutto tra le giovani generazioni, (ma non solo) circa la capacità di fare connessioni: non quelle per attivare l’account on line, ma quelle create dall’esercizio del pensiero critico, la messa in comunicazione tra loro delle varie fonti e suggestioni

che solo il continuo aggiornamento del sapere individuale e collettivo elabora e trasforma in cultura.

Pasolini sapeva bene che l’uso improprio dell’allora nascente mezzo televisivo avrebbe portato alla pericolosa deriva populista nella quale l’Italia è immersa, e sapeva anche che questa deriva avrebbe risvegliato i germi mai debellati del fascismo, un batterio non del tutto sgominato dal corpo sociale.

Accanto a queste macerie, bene visibili anche e soprattutto in ciò che resta della scuola pubblica c’è la drammatica situazione della percezione della cittadinanza: ad un recente incontro torinese del Laboratorio politico fortemente voluto dalla ex parlamentare ed ecofemminista Laura Cima è emerso come una delle vittime politiche e culturali, solo in apparenza simboliche, del ventennio, sia anche il senso della cittadinanza: se, infatti, viene meno la fiducia verso la rappresentanza, l’impegno verso la comunità e i beni in comune come è possibile riporre fiducia nel proprio essere parte di una collettività, quindi essere cittadine e cittadini?

Quando, nel 1999, Marea dedicò a questo stesso argomento un numero di bilancio di fine secolo, scrivevo così: «Per settimane mi sono chiesta da dove cominciare: per fare un bilancio è necessario un punto di partenza.

La politica? Il personale? L’intreccio di entrambi gli ambiti?

P.D.James, sensibile e intelligente narratrice di gialli (autrice anche di uno straordinario testo di fantascienza femminista quale I figli degli uomini) ha scritto che “il mondo non viene cambiato da chi ha rispetto per sé, ma dalle donne e gli uomini che sono disposte anche a mettersi in ridicolo”.

Così, sentendomi ridicola e dubitosa sulla mia capacità di cambiare alcunché, nonostante i miei desideri, mi sono messa in attesa di un segno ispirativo, di una traccia che mi facesse sobbalzare e dire: ecco, è questo il giusto approccio. Da qui posso cominciare il mio bilancio».

Una sera la connessione è arrivata, attraverso un casuale accostamento di due immagini. Verso le 23 e 30 sul primo canale Rai scorrevano le immagini di un reportage dalla Namibia, una immensa regione desertica nel cuore dell’Africa; le donne, i piccoli e gli uomini delle tribù Inba si muovevamo davanti alla telecamera raccontando la loro quotidianità con pochi suoni di una lingua che sembrava un rotolare e picchiettare di pietre e pioggia. Due le principali occupazioni di ogni giorno: ricercare e filtrare l’acqua dal sottosuolo, e difendersi dal calore insopportabile nelle ore centrali. Guardavo l’incedere lento dei piccoli gruppi di donne, bambine e bambini verso le pozze, fangose ma pulite (gli unici esseri umani sono loro, e le falde acquifere non sono contaminate da nulla, chissà per quanto ancora, mi chiedo).

Guardavo le loro case, più simili a semplici rifugi contro la calura che a vere e proprie abitazioni, fatte solo da frasche e fango; guardavo la donna Inba che scacciava sbrigativamente il vitello dal seno della mucca per mungere il latte a lei necessario per i suoi cuccioli umani, tranquilla nel condividere con un altro animale il cibo, e il suo spalmarsi una pasta di burro e sabbia rossastra sulla pelle per difendersi dal sole e dare affascinanti sfumature ambrate ai suoi lunghi seni penduli.

Era vera, reale, era una donna di alcuni anni più giovane di me la cui distanza di spazio e tempo era evidente e scioccante, mentre la sua immagine era così vicina da poterla toccare, attraverso il miracolo della tv che lei avrebbe continuato a ignorare. Io la guardavo, lei che non sapeva, nè avrebbe forse mai saputo, di me e delle mie (non sue) simili, in questo altro mondo (la civiltà): eppure siamo entrambe, lei ed io. figlie coeve delle stesso pianeta.

Lo shock di quella evidenza metteva in moto le ovvie considerazioni accademiche: una vita primitiva, la sua, ridotta ai minimi termini dell’esistenza, dice il nostro parametro culturale, quello dominante, che usa questi squarci di esistenza aborigena per supportare le domande della scienza occidentale maschile ancora senza risposta sull’evoluzione umana.

Stavo lì, misurando la sensazione di essere spettatrice, ma anche attrice di una contemporaneità aliena, di un ossimoro che mi vedeva viva nel mondo nello stesso tempo di una donna di centinaia di secoli prima, quando per un errore il telecomando è saltato ad un altro canale.

Seduto nel suo studio, una grande stanza ammobiliata in legno, fornita dei migliori computer e illuminata da vetrate che lasciavano spazio allo scenario imponente e meraviglioso delle vette innevate del Canada, George Lukas, il padre della saga di Guerre stellari, raccontava come è nato il mito cinematografico del secolo, che l’ha reso miliardario e memorabile nel globo.

Le sue idee, intuizioni, sogni e capricci sono state realizzate da 2000 persone, tante sono le figure professionali che hanno realizzato l’ultimo nato, Episode I. Il denaro speso (e quello guadagnato) solo in questo film sarebbe bastato probabilmente a saldare il debito di molti paesi dell’America Latina verso quelli ricchi, tra cui noi Europei.

Ho pensato, presa da vertigine: «Ma io da che parte sto, a chi appartengo, a quale pezzo di mondo, carne, pensieri e sogni faccio riferimento mentre guardo la donna Inba svestita e ricoperta di burro e terra rossa che dialoga virtualmente nello stesso secolo e istante con un signore miliardario al quale Internet dedica centinaia di siti?»

La vita di questo essere umano definito “il genio cinematografico di tutti i tempi” è altrettanto lontana dalla mia quanto quella della donna Inba; eppure ci sono elementi di condivisione con entrambi, con in più la vertiginosa consapevolezza che l’Inba, il Lukas ed io siamo esseri umani contemporanei alle soglie del 2000, e ci arriviamo con vesti, possibilità, scenari e sogni così lontani, differenti, opposti, da renderci reciprocamente alieni, calcando tuttavia lo stesso pianeta.

Come molte donne in epoche precedenti caratterizzate da passaggi e trasformazioni profonde(ad esempio quelli della fine dello scorso secolo, o più vicino a noi gli anni ‘60) sono stata a volte dimezzata, spezzata, ansiosamente impoverita dagli scossoni della storia, e a tratti invece doppia, perché le due parti frutto della divisione sono rinate come interi diversi, e quindi mi hanno fatto ricca.

Mi pare che sia questa la cifra che può riassumere concettualmente il mio stare in questo mondo, qui e ora: quella dell’in-mezzo, del tra.

Sono nata in un paese dai ritmi più lenti di quelli che solo 20 anni dopo lo hanno rivoluzionato, dove le donne avevano avuto da 15 anni il voto, e non immaginavano che le loro figlie avrebbero potuto divorziare, abortire, lavorare fuori casa con le stesse retribuzioni degli uomini. Sono stata adolescente in anni nei quali la stridente voce femminista ha fatto ribollire il quieto vivere degli onesti cittadini che votavano Democrazia Cristiana (ricordate?) parlando del matrimonio come della forma più stolida e conveniente (per l’uomo) di prostituzione istituzionalizzata. Sono diventata adulta mentre uno dopo l’altro cadevano i divieti sulle libertà del corpo e della mente delle donne, vivendo anche io in prima persona la faticosa e inebriante esperienza dell’autonomia, del sentirsi padrona del proprio destino, del taglio alla radice, per dirla alla Adrenne Rich, di un destino che, in tante, avevamo per sempre cancellato.

L’ebbrezza del condividere porzioni così grandi e intime di desideri e, questi sì, di destini scelti ha reso più difficile, ad un certo punto, praticare la separazione.

Le strade di alcune, molte, si sono diversificate fino a diventare opposte, specialmente su un tema dolentissimo: quello del potere, ovvero sulla visione e il senso della politica. Non esattamente identiche, ma complementari, politica e potere hanno segnato le scelte di  molte femministe sull’orlo della maturità, da sempre in bilico tra politica delle donne e sinistra. Un bilancio spesso in perdita, mi pare. Perché all’acquisito potere di alcune non è corrisposto un allargamento di libertà, potere e consapevolezza di molte, e ragiono qui non solo in termini di piccoli numeri (nel nostro paese, in Europa) ma anche rispetto ai grandi e drammatici numeri della condizione umana femminile nel resto del mondo.

La globalizzazione, è ormai un dato condiviso, non porta maggiori ricchezze a chi è povero, ma aumenta lo squilibrio economico e culturale già esistente creando ulteriori scompensi e omogeneizzando le differenze, unica risorsa delle civiltà più deboli.

È pur vero che ogni generazione che ha percorso e praticato pensieri di rivoluzione, rivolta, trasformazione ad un certo punto si trova per ovvie questioni biografiche a fare i conti con ciò che ha costruito, o distrutto, o lasciato intentato alle spalle.

Che bilancio faccio dell’operato delle donne che hanno avuto e che hanno responsabilità di governo in ogni Istituzione, a cominciare dai piccoli Comuni su su fino al Parlamento? Esiste un destino, quasi biologico, che inchioda le figli e i figli ribelli contro la legge del padre (e della madre) a diventare, una volta adulte, copie conformi dei genitori tanto contestati? È così tutto desolantemente ovvio, un bilancio freudianamente prevedibile? Basta aspettare e lasciare fare al tempo per dare alla patria, al mercato e agli sponsor nuovi entusiasti adepti?

La studiosa Elizabeth Fischer in Women’s Creation sostiene che «il primo strumento culturale fu probabilmente un recipiente; molti teorizzatori pensano che le prime invenzioni culturali debbano essere state un recipiente atto a contenere i prodotti raccolti o un qualche tipo di involucro o rete per trasportare».

Millenni dopo questo esordio non vede più il simbolico e il pratico femminile legato alla cura, alla conservazione e alla trasformazione a pervadere il nostro mondo ma bensì il simbolico dell’acuminato coltello d’osso, della guerra e della distruzione.

Del resto, suggerisce con ironia Ursula Le Guin, «l’Eroe non si presenta al suo meglio in una sporta. Lui ha bisogno di un palco, un piedistallo o un pinnacolo. Lo metti dentro ad una sporta ed ecco che assomiglia ad una patata o a un coniglio».

E, aggiungo io, anche le Eroine tendono a fare questa fine, in una sporta. Così anche le Eroine saranno carne da macello nelle giuste guerre degli Eroi; basta con la debolezza femminile, ecco Ramba, e la soldatessa di Abu Graib, e non più solo regine in mimetica nel porno. Viva le pari opportunità.

«Non ho visto mai nessuno gettare lì qualcosa e andare via» cantava Giorgio Gaber ai tempi del suo look di sinistra quando voleva dire che difficilmente si è capaci di dare, di seminare e poi di lasciare spazio senza chiedere qualcosa, o molto, o troppo, in cambio.

Io, nel mio bilancio, posso dire di mettere molte donne in questa schiera.

Non sempre è facile comunicare, talvolta si litiga, qualcuna sceglie la strada più veloce e si/ci perde. Ma ne ho conosciute molte, che hanno (e lo fanno ancora) donato molto di sé per le altre e gli altri. Sono quelle ancora in bilico, tanto decise a restare fedeli a se stesse da risultare marginali e invisibili, fastidiosamente post, troppo a tesi, in una parola femministe.

Queste donne, temo, al governo non ci andranno mai.

Non è, credo, un atteggiamento: è che oggi si sono abbandonate le chiavi di lettura del mondo, e lo si guarda senza senso prospettico. Eppure da qualche parte per guardarlo bisogna pur cominciare, altrimenti si tengono solo gli occhi aperti, e si rischia di non vedere nulla.

Per parte mia, chiuso il computer, (non potente come quello di Lukas, ma allo stesso modo collegato in rete e forse con alcuni programmi analoghi, come vuole il mercato globale dell’informatica) mi andrò a spalmare il corpo con una crema, non burrosa e rossa come quella della donna Inba, ma altrettanto morbida e con finalità analoghe, pur senza i suoi strepitosi risultati.

Vedete, sono in bilico tra due mondi, non mollo e non mi voglio adeguare, e questo forse è il senso del mio bilancio.

* Monica Lanfranco è direttora di Marea (monica.lanfranco@gmail.com, www.mareaonline.it), la rivista trimestrale femminista da cui l’articolo è tratto (numero 1 2012).

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