Dimissioni

settembre 29, 2011 § Lascia un commento

 monica lanfranco

Chiedere scusa, alle donne, alle suore, al paese, all’Europa, al mondo. Chiedere scusa prevede che chi ha sbagliato si renda conto del gesto che ha compiuto, delle parole che ha usato, delle offese che ha recato, della violenza compiuta.

Chiedere scusa rivela e attua le condizioni di una relazione che è in corso tra chi ha offeso e chi è stato offeso, (o offesa), e lo scusarsi può essere la prima condizione attraverso la quale la relazione può riprendere, e forse perfino migliorare dopo l’empasse.

Da più parti, dopo l’inqualificabile “barzelletta” di Sacconi si sono invocate le sue scuse, appunto, da rivolgere ad una serie di soggetti che sono stati offesi: le suore, quindi per traslato anche la religione cattolica, e poi le donne, in qualità di oggetti di stupro.

Le reazioni nel web, attraverso i social network ma anche nelle case, nelle strade e nei luoghi di lavoro da parte di donne e anche di uomini sono state unanimemente di sbalordito sdegno, ma ben poco di sorpresa: cosa ci si può aspettare da uomini di potere che condividono l’orientamento culturale ed economico di questo governo, alla cui cima c’è un anziano ben poco colto e affetto da priapismo?

Non è in alcun modo ammissibile da parte di nessuno, e meno che meno ad un rappresentante istituzionale, che si possa scherzare sulla violenza più devastante che un uomo possa compiere su una sua simile, né tantomeno che si asseveri la nefasta e disgustosa convinzione secondo la quale una donna che viene stuprata, se non lo vuole, può evitarselo. Come dire, tanto per riandare ai tempi del documentario Processo per stupro, che sono le donne che se la vanno a cercare.

Il ministro Sacconi ha già mostrato cosa pensa delle donne e degli uomini, quale sia il suo senso dello stato e della solidarietà, quando ha pensato a tassare le rimesse delle e dei migranti, quando ha espresso la sua opinione sul democratico e pacifico strumento dello sciopero, per citare solo alcuni dei suoi convincimenti.

Non si può mai dire quale sia il fondo, quando si ha a che fare con persone prive delle qualità umane e morali che dovrebbero essere prerequisito per rappresentare un paese.

Ma sicuramente, senza indugio e appello, è necessario recuperare il senso dello sdegno e della ripugnanza verso una deriva sessista e triviale ormai invalsa da troppo tempo in Italia, che sin dal 2006 fece scrivere al collega britannico Micheals il famoso articolo in cui si domandava come fosse possibile che la tv passasse indenne e nel silenzio immagini e modelli femminili indegni.

Per cominciare il dottor Sacconi non può più essere ministro della Repubblica.

Almeno della Repubblica dei milioni di donne e uomini che, ne sono certa, non possono sopportare questa rappresentanza infamante e degradante. Si dimetta.

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